RINNOVARE l’EQUILIBRIO fra DOVERE e DONO con LA bellezza CIVILE

Incŏla (abitante) deriva da colěre (coltivare, avere cura, onorare). Mai etimologia è stata così eloquente. In colěre opera il munus, il convivere in equilibrio di dovere e dono. L’attuale crisi della città può essere letta come crisi dell’interazione virtuosa fra dovere e dono. La risposta non può che essere la riaffermazione fattiva dei valori urbani come necessità vitale della convivenza civile. […]

Incŏla (abitante) deriva da colěre (coltivare, avere cura, onorare). Mai etimologia è stata così eloquente. In colěre opera il munus, il convivere in equilibrio di dovere e dono.

L’attuale crisi della città può essere letta come crisi dell’interazione virtuosa fra dovere e dono.

La risposta non può che essere la riaffermazione fattiva dei valori urbani come necessità vitale della convivenza civile. Gli insediamenti umani devono ritrovare la strada dell’affabilità, del dialogo, dell’interazione fra pubblico e privato e dell’affabulazione. È su questo che ha preso corpo la bellezza civile.

La modernità in urbanistica e in architettura ha inseguito la riproducibilità. Ad aprire questa prospettiva è stato il progredire delle tecniche di produzione industrializzata, a cui da parte di architetti e amministratori si è guardato con favore per la possibilità di rispondere al cronico fabbisogno di case per i meno abbienti abbattendo i costi. Si è assistito così alla marcia trionfale dell’uguale sul simile e all’evaporare di una costante della storia umana: la personalità dei luoghi, la loro unicità. O, di contro, a una differenziazione artificiosa che punta sullo stravagante e mai sulla ricerca della sintonia e dell’armonia d’assieme.

Occorre ritrovare la strada della bellezza diffusa all’insegna della misura e dell’appropriatezza. Occorre riconoscere e perseguire la funzione civile della bellezza, il suo potenziale pedagogico.